Storia

La maggior parte delle notizie storiche di San Martino sono legate alla famiglia della Leonessa e poi alla famiglia Pignatelli della Leonessa. Famiglia tutt’ora presente nel nostro paese. Duchi di San Martino e proprietari dell’imponente castello intorno al quale si formò il borgo medioevale.

 

Un’ipotesi sull’origine di San Martino è la seguente: il paese sarebbe sorto attorno ad una antichissima fortezza costruita dai Sanniti; i Romani, conquistato il Caudio, a ricordo della disfatta famosa avrebbero elevato un altare al Dio della guerra, Marte, “Ara Martis”, che poi il Cristianesimo avrebbe mutato in San Martino. I Romani per voto fatto ai loro numi, edificarono anche altri altari nella Valle Caudina che furono: Ara Jovis (Airola); Ara Palladis (Arpaia); Ara Cereris (Cervinara); Ara Panis (Pannarano); Ara Cibelis (Ceppaloni); e Ara Herculis (Montesarchio). Documenti validi per poter dimostrare l'esistenza di quest'ipotesi fatta da Padre Arcangelo da Montesarchio (nel 1732) non esistono. L'unica testimonianza dell'esistenza del paese nel periodo romano era il cippo funerario presente nel Convento di Santa Caterina a San Martino. Sul muro esterno dell’orto del Convento di Santa Caterina si trovava un monumento. Un cippo funerario, elevato sulla tomba d’un figlio. L’iscrizione del cippo è riportata da Teodoro Mommsen ed era del tenore che segue, con l’interpretazione.

C. CATIO . FELICI
C. CATIUS . C. F.
SERVERVS
ALLIDIA ELPIS
FILIO OPTIMO
Caio Cazio Felice
Caio Cazio Severo
Figlio di Caio
(e) Allidia Elpide
All’ottimo figlio

Questo cippo, con molta probabilità, era del I secolo d.C.; è certo, che è dell’epoca imperiale. In esso troviamo elpis invece di helpis, che si traduce "speranza".

Questo documento funerario, avvalora l’ipotesi della possibile origine romana del paese. Tito Livio ci descrive l'esistenza di «Vichi» che, durante le guerre con i Romani, con Pìrro e nella guerra Annibalica, furono sottoposti a stragi e devastazioni. Detti vichi si trovavano nella Valle Caudina.

Un documento dell’837 accenna la presenza a San Martino di un castello e di un monastero.Un Vescovo e un Sacerdote fuggirono nelle nostre montagne per scampare alla distruzione di Telese, incendiata nel 876 per opera di Seodan soldato dei Saraceni - ... uccisi gli abitanti, scacciati, e perseguitati i Vescovi; è ben naturale il pensare, che ne fosse egli fuggito per andarsi a ricoverare ne' Monti Irpini. Ivi potè sottrarsi alle ricerche, ed alle proscrizioni di quei Barbari, ed esercitare l'apostolico suo ministero a pro de' suoi ospiti, e di coloro, che l'aveano seguito; fra' quali vedremo il suo Diacono S. Equizio, che lo accompagnò fin nella tomba. Lontano dalla persecuzione il Vescovo, San Palerio, poté esercitare il suo ministero sacerdotale, insieme al suo diacono, San Equizio. Per molti anni di San Palerio non si seppe nulla, ma il culto in suo onore lo troviamo in una chiesetta fin dal secolo XII, epoca in cui Maraldo, forse notaio, in seguito a rilevazione del luogo delle reliquie di San Palerio ed Equizio, avuta il 17 dicembre 1163, innalzò nel proprio podere una chiesa dedicata ad onore di Dio e del Vescovo San Palerio. Intorno all’anno mille, e forse anche prima, si può far risalire la prima chiesa intitolata a San Martino Vescovo. Questa divenne arcipretale e tuttora conserva questo titolo. Forse da questa chiesa deriva il nome del paese. La prima notizia riguardante la chiesa consacrata, è riportata da una pergamena di Montevergine del 1286.

Alla metà del XII sec. il paese figura come uno dei più importanti feudi del ducato di Puglia e del Principato di Capua. Posseduto dal Conte Gionata di Carinola, tra il 1150 ed il 1168 era un feudo con ben cinque milites. Del borgo si ha notizia, stando ai documenti, a partire dal 1185, quando Riccardo del fu Gionata, conte di Conza, donò a Montevergine un vassallo di nome Martino, dimorante nel Castrum Sancti Martini e citato nel Catalogus Baronum. Durante il XIII secolo i proprietari furono: la famiglia Capece, poi alla fine del secolo la famiglia d'Aquino, la Signora di San Martino si chiamava Adelasia d’Aquino, in seguito passo alla figlia Siffridina da Eboli, nipote di San Tommaso d’Aquino. Alla morte di Siffridina passò alla nipote Margherita Gagliardo e poi al figlio Guglielmo Scotto. Guglielmo sposò Caterina de Baucio (del Balzo) e portò in dote la terra di San Martino. Nel 1334 divenne feudo dei della Leonessa con la compra dalla Regina Sancia per 800 once. Questa famiglia aveva supremazia assoluta nell’area compresa tra Piedimonte Matese, Benevento e Napoli. Con il passare degli anni la famiglia della Leonessa divenne sempre più potente. Aveva istituito nei suoi territori 69 baronie, 3 contee, due ducati (San Martino e Ceppaloni) e il principato di Supino.

A Guglielmo della Leonessa venne concesso da Re Carlo I d’Angiò di inserire i Gigli di Francia nello stemma di famiglia. Il giglio non è un giglio propriamente detto, ma il fiore del giaggiolo diviso in tre foglie. Si diffuse molto in Italia anche negli stemmi delle città. Il giglio, è simbolo di Potenza e Sovranità e i della Leonessa furono molto potenti. Venne concesso a questa famiglia anche il permesso di coniare moneta. La loro moneta aveva su un lato l’arma della famiglia.

Al tempo del contratto di matrimonio, tra Guglielmo Scotto e Caterina De Baucio, fu portato in dote, dallo Scotto, il castello di San Martino Valle Caudina, coi feudatari, gli uomini, i vassalli, i diritti, e tutte le sue pertinenze. Venuto a morte Guglielmo Scotto senza legittimi eredi, il territorio rimase a Caterina, secondo mandato della Regina Sancia, moglie di Roberto D’Angiò e padrona del castello.

Un documento del 1342 informa che Caterina de Baucio esigeva dal ponte della Tufara, il passo da tutti quelli che portavano cose, merci o animali. Guglielma Cantelmo, vedova di Enrico della Leonessa, padrona della rocca di Ampollosa, non contenta, aumentò i dazi nella sua terra. Sicché i passanti, per non pagare due passi, evitavano il passaggio per il ponte posseduto dal castello di San Martino. Gl’incassi del ponte della Tufara andavano anche alla Regina Sancia, tramite Caterina de Baucio, questa per non perdere il dazio della Tufara ordinò la immediata rimozione della sanzione istituita nella terra di Apollosa. Il Re nel 1342 ordinò ai giustizieri del Principato Citeriore di impedire a Guglielma Cantelmo di molestare Caterina de Baucio.

Nel 1343, Giovanni della Leonessa, figlio di Enrico e Guglielma Cantelmo, comprò la terra di San Martino, dalla regina Sancia pagando 800 once. Da quel giorno, iniziò la schiera dei feudatari della famiglia della Leonessa. Nel gennaio del 1344 il castello è ancora di proprietà di Caterina solo in seguito lo cederà a Giovanni della Leonessa.

Giovanni della Leonessa, chiese il permesso per la compra della terra di San Martino dalla regina Sancia (1347). Caterina De Baucio possedeva la terra di San Martino, sposa in seconde nozze a Matteo da Celano, pagava la somma di 20 once d’oro alla Regina, offrendo inoltre una schiera di soldati.

Nel 1393 Nicola Prosiccio della Terra d'Arienzo vende a Francesco de Balzamo, detto Abbatiello, il feudo la Mensa. Per questo feudo si pagava l'adoa alla famiglia della Leonessa.

Nel 1408 grazie alla donazione di Marino Calzarone venne fondata la Chiesa di Santa Caterina. Successivamente venne costruito intorno alla chiesa il monastero dei Monaci della Congragazione Benedettina di Montevergine.

Giovanni della Leonessa III sposò Giovanna della Marra: il primogenito, Francesco, fu investito della terra di San Martino, consistente nel castello, in fortilizi, uomini, vassalli, redditi, erbaggi, monti, prati, selve, boschi, terreni coltivati e non coltivati, con le dipendenza tutte. Il diploma per l’investitura fu sottoscritto in Castelnuovo di Napoli il 22 luglio 1474. Alfonso II, il giorno 26 giugno 1494, confermava nel possesso della detta terra a Francesco della Leonessa, che sposò Antonia Loffredo ed ebbe Giovanni, quarto di tal nome che diventò primo Barone di San Martino.

Morto Giovanni, il feudo fu ereditato dal suo primogenito Fabio che nel 1526, denunciando la morte di suo padre, chiese l’investitura della terra di San Martino, pagandone il rilievo. Era Signore di San Martino Giovanni della Leonessa, quando i francesi, con Lautrech († 15/08/1528), invasero il Reame nell’anno 1502. Fabio della Leonessa che possedeva San Martino di Valle Caudina, per aver patteggiato per i francesi fu giudicato traditore e perse il feudo, il giorno 24 dicembre 1528. San Martino fu venduto a Tommaso Carafa per il prezzo 3.000 scudi.

Fabio della Leonessa, nel 1560 consegue di nuovo l’intestazione della terra di San Martino.

Nessun documento esistente spiega come Fabio avesse potuto riacquistare il feudo, dopo l’esclusione dall’Indulto di Carlo V. Ma a stare a quel che dice Erasmo Ricca, riportandolo dai Quinternioni di Principato Ultrà, Fabio nel 1560 era segnato nel Cedolario quale intestatario della terra di San Martino, mentre in un altro documento, dello stesso Cedolario, lo troviamo tassato in 15 ducati per la stessa terra.

Fabio sposò Vittoria Loffredo. In questo periodo risalgono le prime informazioni sulla chiesa di San Giovanni Battista. Nel 1565 Vittoria Loffredo tenne a battesimo una delle quattro campane sospese in cima al campanile della chiesa.

Nelle carte della Sommaria, del 1586, c’è un’istrumento di compra tra Giovan Battista della Leonessa e la madre Costanza.

Per il feudo La Torre, nel territorio di Montesarchio, il barone di San Martino pagava l’adoa, di 17 ducati annui, a Don Carlo d’Avalos, principe di Montesarchio.

Giovan Battista della Leonessa ebbe l’onore dal Re Filippo IV di essere proclamato Duca di San Martino, titolo ereditario nella propria famiglia. Il diploma della concessione fu spedito da Madrid il 10 marzo 1627;

Sorgono probabilmente in questo periodo due edifici molto importanti nella storia di San Martino: il Palazzo Ducale e il Palazzo del Balzo. Il Palazzo Ducale venne costruito con un lungo corpo in linea con la via pubblica, provvisto di una alta torre a base quadrata oggi inesistente.

Il palazzo del Balzo, oggi impropriamente detto Palazzo Cenci Bolognetti, è il simbolo più eloquente della famiglia del Balzo. Ancora oggi è possibile ammirare le scuderie e le decorazioni parietali che nell’800 furono trasformate secondo i dettami del tempo. I del Balzo erano Baoni del suffeudo la Mensa, la prima investitura di detto feudo avvenne alla fine del 1300.

Morto Giovan Battista, i feudi passarono al primogenito Francesco. Questo pagò al Fisco la tassa del rilievo e il 20 giugno 1628 ebbe l’intestazione della terra di San Martino.

Per il matrimonio stabilitosi con le carte del 30 dicembre 1639, tra Carlo della Leonessa e Delizia Carafa, Francesco donò al figlio la terra di San Martino.

Il 25 settembre 1641 il viceré di Napoli, Duca di Medina de Las Torres, diede l’assenso della donazione. Morto Carlo, il 25 marzo 1683, la Gran Corte della Vicaria ne dichiarava erede il figlio Fabio Maria, che l’anno dopo pagò la successione.

Dai primi diari beneventani del Cardinale Vincenzo Maria Orsini abbiamo notizia di una sua visita a San Martino nel 1687. Il 10 ottobre, visitò la chiesa arcipretale dove benedisse "croce, fiori, candelieri, ed una tovaglia"; e sabato 11 visitò la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, " e nella mia messa dopo il vangelo feci il solito sermone, e visitai l'altre chiese della terra di San Martino". In questo periodo, come in altri paesi, c’erano molte chiese a San Martino. Oltre alla chiesa di San Giovanni Battista, San Martino Vescovo e Santa Caterina c’era la chiesa di San Salvatore, di San Palerio, di San Pietro, di San Bartolomeo, di San Massimo, di San Vito, di San Sommano e della Santissima Annunziata. Questi nomi ancora oggi ci indicano alcune località del centro storico. Il 13 agosto 1694 la chiesa di San Martino Vescovo venne consacrata dal Cardinale Orsini, il giorno precedente lo era stata quella di San Giovanni Battista. La lapide della consacrazione della Chiesa di San Giovanni Battista, murata nella destra dell’abside, del 12 agosto 1694, reca un’iscrizione latina in cui veniva concessa a tutti i fedeli un’indulgenza di cento giorni. Un’altra testimonianza di questo periodo è la lapide del 9 marzo 1695, posta nell’androne posteriore della scalinata del Palazzo Ducale che, sulla via che mena a Benevento Tre Santi (Tufara), imponeva il pedaggio a favore di Don Fabio Maria della Leonessa.

Le tariffe erano: per ogni carro carico 10 grana; per ogni salma di gran valore e prezzo di qualsiasi sorte di robe, 4 grana; per ogni salma di galla, pesci ed altre robe simili, 2 grana; per ogni piccola salma di mercanzie e altre cose commestibili e per ogni mola di molino, grana 1; per ogni bue, vacca, grana 3; per ogni centinaio di animali grossi, cavalli, giumente, muli e simili, carlini 6; per ogni centinaio di animali minuti, porci, capre, pecore e simili, grana 29.

La lapide stabiliva inoltre che nessun diritto era da esigersi per le robe d’uso proprio e di famiglia, nulla per le robe che erano portate a spalla, nulla per le robe di “scasatura di casa”: ugualmente erano privilegiate le meretrici. Il giorno 29 marzo del 1708, Fabio Maria della Leonessa era intestatario della terra di San Martino. Sposò Cristina di Sangro ed ebbe molti figli.

Il 20 ottobre 1709 venne rappresentata a Sepino la fastosa cerimonia di reinvestitura del feudo La Mensa. L'eccellentissimo don Fabio Maria della Leonessa, duca di San Martino e principe di Sepino nonché utile padrone di Ceppaloni, Roccabascerana e Terranova Fossaceca, consegnò il feudo al «magnifico» Vittore del Balzo, titolare per successione.

Il 16 giugno 1712 furono trovate delle reliquie, insieme a due lapidi fra i rottami di una chiesa diruta, da fabbricatori che attendevano alla fondamenta d’una casa. Su una lapide c’era scirtto: “QUI' RIPOSA IL CORPO DI S. PALERIO VESCOVO TELESINO E DEL SUO COMPAGNO EQUIZIO. PER SUA RIVELAZIONE... NELL'ANNO DEL SIGNORE 1163, 17 DICEMBRE ". Il 24 agosto del medesimo anno, celebrandosi il 27° sinodo Diocesano, fu promulgata la sentenza per l’avvenimento, con una lettera pastorale alla nostra gente. Nel 1713, il giorno 5 marzo, alla presenza di Vincenzo Maria Orsini, Cardinale Arcivescovo di Benevento, le reliquie dei Santi furono tumulate sotto l’altare maggiore della Collegiata di S. Giovanni Battista, ove leggesi un’iscrizione.

Le reliquie, così ritrovate, furono tirate fuori e, in forma privata, ma sotto la custodia dei fedeli, furono portate nella chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista; lì furono conservate in un armadio chiuso a chiave e dopo deposte in una cassa di legno che fu chiusa dall' Arciprete Don Francesco Cocozza con il sigillo in cera ispanica della sua chiesa arcipretale. Con le suddette reliquie, al tempo della deposizione nella cassa, furono ritrovati piccoli pezzi di lamina di piombo che, essendo arrugginiti e consumati, furono giudicati inutili e buttati. La chiesa di San Palerio era da parecchi secoli rovinata, come leggiamo nei decreti della Visita Apostolica dell'anno 1581, al tempo del predecessore l'Arcivescovo de Palumbaria. Di detta chiesa lo stesso Arcivescovo diede notizia nel Sinodo Beneventano tenutosi dopo il Concilio Provinciale.

Lo stesso altare era ricoperto e sepolto da pietre e da altri ruderi, da piante, da spine e arbusti e, fino al giorno 16 del mese di giugno rimase sconosciuta a tutti.

Si ritrovò, inoltre, un'altra lapide marmorea spezzata in tre parti, trovata fra le macerie, su cui era incisa un'iscrizione più lunga che riferiva della consacrazione di questa chiesa rovinata, tre anni dopo la deposizione delle reliquie. Il testo della lapide è:

"IL GIORNO 31 LUGLIO E' L'ANNIVERSARIO DELLA DEDICAZIONE DI QUESTA CHIESA. A COLORO CHE LA VISITANO FACENDO PENITENZA, VIENE CONCESSA UN'INDULGENZA DI 40 GIORNI A MAGGIOR GLORIA DI DIO E DI S. PALERIO VESCOVO; CONSACRATA DA GUGLIELMO, VESCOVO DI AVELLINO, NELL'ANNO 1167, INDIZIONE XV. FONDATA PER DIVINA RIVELAZIONE DAL NOTAIO MARALDO NEL SUO PODERE." Dall'esame è risultato che le ossa appartengono a due corpi umani integri ed interi.

Esaminate le ossa si osservò che ne superavano tre, due tibie ed un femore, che non appartenevano ai predetti corpi, sebbene fossero state trovate sotto il predetto altare, prelevate e custodite con le altre ossa. Dopo aver preso in esame l'accesso fatto per arrivare alla chiesa diroccata e dopo aver fatto una pianta della chiesa nel punto in cui erano situati i loculi da cui furono estratti le predette reliquie, cioè direttamente in linea, al centro dello stipite, e sotto il piano del predetto altare. Il Convento di Santa Caterina fu soppresso sotto il pontificato di Innocenzo X e lasciato in abbandono, finché nel 1722 fu donato ai Francescani da Benedetto XIII. Diventato ospizio, nel Convento vi si costituì una Comunità formata e regolare in seguito al decreto concesso dalla S. Congregazione il 10 dicembre 1724. Le spese per la costruzione del convento furono sostenute anche dal duca Fabio Maria Pignatelli della Leonessa che in esso fu sepolto insieme alla moglie Cristina di Sangro. Nel 1729 vi alloggiò lo stesso Papa che da Benevento tornava a Roma.

Il 14 gennaio 1730 venne a morte, in San Martino, Fabio Maria, e gli successe il primogenito Giuseppe Maria, che intestò la terra il 15 marzo 1731.

La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista aveva giurisdizione su piccola parte del borgo antico ma aveva acquistato man mano importanza. Il 22 novembre 1736 con Bolla dell'Arcivescovo di Benevento, Cardinale Serafino Cenci, la chiesa fu promossa "Collegiata" con 11 canonici e 4 mansionari presieduti da un Primicerio, mentre a dirigere la parrocchia fu stabilito un Prevosto. Per il mantenimento del collegio, lo stesso Arcivescovo soppresse l'arcipretura nella chiesa di San Martino Vescovo e la trasferì con tutti i suoi beni in quella di San Giovanni Battista. Ma le vivaci proteste delle autorità e dei sammartinesi, e i dissidi tra i canonici ed il prevosto, costrinsero il Cardinale Giovanni Battista Colombini, arcivescovo del tempo, nel 1766, a ripristinare nella chiesa di San Martino sia la parrocchia che la stessa arcipretura, senza però abolire il collegio dei canonici. Giuseppe Maria della Leonessa morì il 22 dicembre 1772 a Napoli, ed i suoi possessi passarono a Fabio Maria III.

Poi la Gran Corte della Vicaria, il 15 dicembre 1789, a 5 giorni di distanza dalla morte di Fabio Maria della Leonessa III, decretò che i possedimenti feudali di costui fossero dati al primogenito Giuseppe Maria II, che pagò la tassa di successione, ed ebbe, il 23 dicembre 1797, l’ultima intestazione feudale. Giuseppe Maria II della Leonessa fu l’ultimo Duca di San Martino, morto senza eredi.

Giuseppe Maria II, ultimo Duca di San Martino e Principe di Supino, nominò erede dei suoi beni il cugino Raffaele Ruffo (1780-1847); e questi pensò, in buona fede, che gli fossero devoluti anche i titoli, che trasmise alla unica figlia Carolina (1814-1870), moglie del principe di Monteroduni, Giovanni Pignatelli (1803-1865). I discendenti della coppia assunsero il cognome Pignatelli della Leonessa. I futuri duchi di San Martino furono: Alfonso Pignatelli della Leonessa (1851-1924), undicesimo figlio della coppia, sposato con Giulia Marulli (1852-1943); Giovanni Pignatelli della Leonessa (1876-1943) sposato con Virginia de Filippis Del Fico (1882-1956); Carlo Pignatelli della Leonessa (1908-1956) sposato con Carmela (Melina) Matarazzo (1917-2002) e infine l'attuale proprietario del castello, Giovanni Pignatelli della Leonessa.

Nel dicembre del 1798, il parroco di San Giovanni Battista, Don Antonio Marini, esultò dell’invasione francese nel Napoletano; lodò dall’altare l’idea giacobina, e alla fine di marzo 1799 fu segnalato per queste sue idee, ad un attentato non fallito, per i suoi supplenti Don Antonio Clemente e Don Simone della Pietra, massacrati da ribelli del nostro paese.

Il Principato Ultra, dove il liberalismo si era diffuso largamente, era diviso in tre tribù carbonare: la Partenza, dipendente dall’ordine centrale di Avellino; la Gianicola, dipendente dall’ordine centrale di Ariano; la Gracca sull’Ofanto Illuminato, facente capo all’ordine centrale di S. Angelo dei Lombardi.

Alla Partenza faceva capo la vendita del paese, chiamata: “I figli di Bruto”.

Con un rapporto del Giudice di Cervinara nel maggio del 1822 venne chiesto il trasferimento di Padre Ludovico da Pietradefusi, settario, in un altro convento per allontanare le unioni fatte con persone equivoche nel convento di Santa Caterina.

Da un rapporto della Gendarmeria Reale di Cervinara del 13 marzo 1822, sappiamo che il Guardiano del Monastero di Santa Caterina diede riunioni nei penultimi giorni di Carnevale a tutti i Carbonari di Montesarchio, Bonea e S. Martino, tenendo serrate le porte del Monastero fino alla sera.

Da un rapporto segreto della guardia civica del nostro Comune, all’intendente di Polizia, in Napoli, del 31 marzo 1822, si possono avere le prime notizie sull’origine della Carboneria a San Martino.

In questo rapporto c’era scritto:

 

 

…. Per disgrazia di questa Popolazione, venne qui in qualità di Guardiano di questo Monastero … il Padre Ludovico di Pietra de Fusi; il medesimo, abbenchè con la carica di esser capo del Monastero d’una rispettabile Religione, fu egli, che incominciò a manifestare i suoi pravi disegni, con farsi conoscere antico gran Maestro, e con aprire una generale iscrizione. Non fu più tranquillo il comune, finché incominciarono Riunioni segrete, assemblee nelle così dette Baracche, che trascinarono alla corruttela quasi l’intera popolazione, non solo nella classe degli uomini, ma ancora in quelle delle donne, con appropriarle il titolo di giardiniere, servendosi della sua autorità sia nel confessionale, che nel Pulpito”. Pertanto i Carbonari del paese dovettero essere di sicuro numerosi.

 

I B.B.C.C. e le C.C.G.G. (buoni cugini e le cugine giardiniere) furono i migliori della nostra gente, che iniziarono il moto del liberismo sammartinese. Ecco un elenco dei carbonari:

D. Serafino Abate di Ermenegildo, di anni 31, cancelliere del Comune. – Serafino Tedesco fu Pietro, di anni 31, proprietario. – Antonio Tedesco fu Pietro di anni 32, proprietario. – Nicola Perrotta fu Angelo, di anni 51, calzolaio. – Domenico Tedesco fu Pasquale, di anni 36, massaro di campagna. – Pietro Tedesco.

E aggiungiamo altri che presero parte alla rivoluzione del luglio 1820: D. Giovanni La Pietra (marito di Irene del Balzo) – D. Antonio Abate – D. Nicola Cocozza Campanile (futuro sindaco di San Martino) – D. Giuseppe Savoia di Girolamo – Saverio Tedesco – l’arciprete D. Luigi – D. Francesco – D. Antonio – D. Saverio – D. Carlo Rocco – P. Pietro Soldi – D. Gabriele la Pietra – D. Angelo di Vincenzo – D. Elia Lanzilli – D. Bartolomeo Abate – D. Filippo Caserta – D. Antonio Lanzilli fu Tommaso, ambedue sacerdoti.

Altri carbonari furono D. Marcello Cocozza e D. Vincenzo Pisani che presero parte ai banchetti in convento e Francesco Ricci fu Luigi.

Il 10 settembre 1823 era inviato, dall'Intendente di Principato Ultrà, alla Polizia Generale in Napoli, lo “Stato nominativo di coloro che per indubbia abituazione nei sentimenti di Liberalismo e di setta debbono reputarsi irreconciliabili col presente sistema politico del Regno”.

I liberali dovevano avere una condotta pessima: erano stati battaglieri settari, avevano inneggiato alla libertà, avevano ordito ed ardito per una grande causa.

Le congiure continuavano un po’ dovunque, per tener sempre accesa la lampada: molti settari di San Martino, nel maggio 1824, presero parte ad una riunione che si tenne nella masseria del carbonaro D. Domenico Ricotti, nelle campagne di Roccabascerana.

Ma la reazione trionfante non perdonava, ed il 14 marzo 1827 furono destituiti da Francesco I, fra i tanti anche gli amministratori del nostro Comune, perché settari. I nomi erano già conosciuti: D. Giuseppe Savoia di Girolamo – D. Giuseppe Savoia di Nunzio – D. Luigi Basso – D. Pietro Soldi (padre di Don Giovanni Soldi e Serafino Soldi)– D. Ilario Viscione – Basilio Simeone.

Con un deliberato del 23 marzo 1836 fu dichiarata "inufficiabile" la chiesa arcipretale a causa di frequenti danni per i terremoti e le Sacre Funzioni furono, da allora, celebrate nella chiesetta del Salvatore. La chiesa di San Martino era "diruta, ombrata di secolari tigli". Ancora all'inizio del secolo scorso e, prima della sua ricostruzione, era possibile osservare il dipinto, di discreta fattura, di San Giovanni che battezza Cristo, a destra, appena entrati, al di sopra del battistero con fonte battesimale.

Il convento di San Caterina, invece, fu decorato al titolo di "Real Convento", con decreto di Ferdinando II, che lo mise sotto la sua protezione il 13 luglio 1854.

In omaggio alla visita del Re, si decise di costruire "quel tratto di via che dalla strada Ferdinandea Irpina mena al Convento". Il vecchio ponte di accesso al convento fu così sostituito con un’opera in muratura. Durante il risorgimento, era possibile incontrare per le strade del paese personaggi a noi più noti.

Francesco Del Balzo, il 15 maggio 1848, fu arrestato dai soldati borbonici e condotto sulla corvetta Miseno. Anche i fratelli, Giuseppe che aveva preso parte alla spedizione Belgioioso, nel Veneto, e Vincenzo, stavano combattendo per i propri ideali. Vincenzo, si salvò buttando in un pozzo i suoi abiti di guardia nazionale. Francesco del Balzo sarebbe stato fucilato senza l’intromissione del maggiore di Marina Locascio e di Monsignor De Simone, confessore del Re.

Fucci Vincenzo e Gabriele La Pietra la sera del 15 o 16 maggio, entrati nel corpo di guardia, staccarono dalle pareti i quadri dei sovrani, e li gettarono nel fango della strada, accompagnando l’atto con parole ingiuriose contro il Re e la Regina.

Denunziati il 13 agosto 1849, furono rinviati al giudizio della Gran Corte Criminale del Principato Ultra, imputati di “deformazione con disprezzo dell’immagini del Re, e della Regina situate in luogo pubblico” e condannati a due anni di prigione ciascuno, e solidalmente alle spese del giudizio, mentre il Pubblico Ministero aveva chiesto l’allontanamento, e le spese.

Don Giovanni Soldi, l’8 aprile 1849, con parole sediziose e di oltraggio al Re ed al Regio Governo, interrompeva il predicatore del quaresimale, mentre, nel giorno di Pasqua, pregava Dio per la benedizione sul Real Capo, e profferiva parole ancor più vergognose, quando il sacerdote, uscì dalla chiesa alla fine del sermone. L’arciprete Soldi le cui azioni erano contrarie all’ordine sociale, noto purtroppo per il suo liberalismo, secondo quanto è detto in una riservatissima del Giudice di Cervinara del 1849, all’Intendente di Principato Ultrà, disse: Basta, Basta, Finitela. Finita la Benedizione, secondo il documento, Don Giovanni Soldi rimproverò il Predicatore in pubblico. "Hai voluto benedire il Re e sta bene; ma che poi hai voluto benedire i suoi Ministri non sta bene; mentre questi dalle Potenze straniere sono stati riconosciuti come tanti assassini". Per questo episodio fu segnalato all’Intendente di Principato Ultrà, con riserva, dal Segretario di Stato agl’Interni del 4 maggio 1849, un ammonimento severo verso l'arciprete Soldi, facendogli capire, che non veniva arrestato perché, aveva sparlato solo dei Ministri e non del Re.

Il padre dell’arciprete, Pietro Soldi, supplicò, con pietosa bugia, la scarcerazione del figlio, calunniato in fatto di politica, ma la decisione della Gran Corte Criminale di Avellino non tardò a mettere in libertà provvisoria il sacerdote; il quale però, venne di nuovo arrestato a Cervinara il 4 febbraio 1850. Anche il fratello di Don Giovanni Soldi, Serafino, fu cospiratore e liberale operando per la causa del Risorgimento a San Martino e nell'intera provincia di Avellino. Partecipò ai moti del 1848. Fu Consigliere Provinciale di Montefusco e amico degli Imbriani. Nemico dei del Balzo che lo chiamavano con disprezzo "la ninfa Egeria".

In questo stesso anno si trovavano in carcere Vitagliano Savino fu Giovanni, sotto l’accusa di associazione illecita e cospirazione contro l’intera sicurezza dello Stato e l’arciprete Soldi, mentre D. Serafino Abate, D. Nicola Abate e Raffaele Santoro erano latitanti. Questi uomini erano vigilati speciali.

Un altro liberare era Domenico Antonio Clemente che nella sua casa di campagna, in contrada Toretielli, insieme a Giovanni Concione diffondevano le notizie di altri paesi. Concione, frequentava anche D. Antonio Rocco, Gennaro Pisano (genero di Rocco) e anche Francesco del Balzo. Nel 1858, alla polizia erano pervenute notizie d’una cospirazione organizzata dai liberali della Valle Caudina, fratelli Imbriani, D. Carlo Cocozza da Pannarano, D. Francesco del Balzo e l’arciprete Giovanni Soldi, per il giorno del sorteggio della leva. Per la notte del 17 febbraio furono disposte perquisizioni domiciliari di questi. Denunziata inoltre l’eventualità d’un assalto al Castello di Montesarchio, dove c’erano alcuni colpevoli politici. L'anonimo indicava D. Paolo Emilio Imbriani come ideatore dei piani rivoluzionari, gli altri come esecutori, e seguiva: la Valle Caudina dunque è il centro della cospirazione da molto tempo. Molti cospiratori, e di molti paesi si sono associati sotto una segreta bandiera da essi chiamata Setta dei pugnalatori. Questa setta tende a pugnalare ovvero ad avvelenare il Re…

Le associazioni nella Valle Caudina si tengono in casa di D. Alessandro Cocozza con l’intervento di molti cospiratori e tra gli altri i uomini: D. Vincenzo Rocco – D. Titta Rocco – D. Carlo Cocozza – D. Francesco del Balzo – D. Nicola Simeone – D. Raffaele Savoia – D. Clemente Vitagliano – D. Algemiro Soldi – D. Giovanni Soldi.

“Queste illecite associazioni si tengono quasi ogni giovedì e domenica sotto pretesto di giocare a vino, e fare delle colazioni”.

L’anonimo infine consiglia l’arresto dei rivoluzionari sammartinesi “come Capi” dei moti liberali della Valle Caudina, e termina col giuramento degli aderenti alla setta: “ Io giuro di essere fedele alla segreta setta dei pugnalatori, e col sangue giuro di estirpare il tiranno, perché l’ora e l’anno sono arrivati”.

Francesco del Balzo, nel 1860, fu nominato Sindaco di San Martino da Francesco De Sanctis Governatore di Avellino. In questo periodo divenne anche deputato del primo collegio di Avellino. Risanò le finanze del paese, in pochi anni, spendendo più di 500 mila lire in opere pubbliche.

Il 15 luglio 1860, fu una giornata molto importante per la storia del paese. Carlo del Balzo, nel libro Francesco del balzo, scrisse: Nel paese si festeggiava la così detta Madonna del Grano, e correva il tempo funesto delle reazioni borboniche nelle province meridionali….

 

La mia famiglia è sopra una nostra palazzina in mezzo al paesello. Scendiamo, la cameriera mi piglia per mano, la mamma e le sorelle vengono due passi appresso, i parenti e gli amici intorno. Mio padre ci grida: “ Lesti, costoro verranno giù; Marianna, rivolta a mia madre, non rientrare, prosegui fino a Montesarchio, a casa di mio fratello. Io vado con questi uomini, e indicò tre popolani armati e risoluti, a ricevere laggiù la marmaglia che ci sta alle calcagna”. In mezzo alla piazza si vedeva quella massa di donne scalze, seminude, di uomini cenciosi, di ragazzi sozzi, si udivano distinte le grida delle femmine, gli strilli de’ fanciulli, su cui volava l’urlo selvaggio degli uomini, e il rovinio de’ vetri.

Poi quelle voci distinte si fecero un solo urlo feroce, terribile… Al casino! Gridano cento, duecento, trecento voci, tutti, e, si muove quell’onda fangosa; e innanzi va uno con la statua di Francesco II sulle spalle. – viva u re nostro, morte a’ liberali, a’ garibaldini! …Mia sorella Luisa immemore della raccomandazione del babbo, si slancia per il vano del cancello, le viene tirata una fucilata, ne sentiamo per le ossa il fischio, ma ella è salva…. La folla dilaga nella grande aia che innanzi a casa nostra. Incominciano le fucilate …mio padre e i tre popolani hanno appena quindici colpi… eppure non si sgomentano e tirano sulla folla. Quella folla venuta lì a saccheggiare e non a combattere, dopo le prime fucilate, vedendo cascarsi in mezzo qua e là i più vociatori e inferociti, vociando e bestemmiando....

 

Nel 1861, inizia la lotta contro i briganti, con l’aiuto del Governatore della Provincia di Principato Ulteriore, Francesco inviò vari militi a perlustrare la selva comunale e a proteggere i contadini e il raccolto delle castagne. Prima della fine dell’anno fu sgominata, grazie al suo aiuto, la banda di Cipriano La Gala dal capitano Ferdinando Bonaccorsi. Agli inizi del 1862, Francesco del Balzo, fu accusato della morte di alcuni militi. Secondo i diffamatori, le guardie inviate nella selva erano poche ed inutili, perché non c’era nulla da proteggere. Secondo questi, i militi erano stati inviati per controllare i terreni del Principe di Monteroduni, affittate a Francesco del Balzo. Questo, si difese dalle accuse, precisando di aver chiesto alle guardie nazionali di controllare solo le terre appartenenti al Comune, e non tutte; inoltre non possedeva più i terreni del Principe dal 1857 ed infine non conosceva il numero di persone facenti capo al brigante. Per affermare la propria posizione, nominò varie persone del paese presenti ai fatti. Gli accusatori, iniziarono a confondersi durante le deposizioni fino ad indicare gli istigatori. Il consiglio di prefettura proclamò la sua innocenza per mancanza di prove.

Nel 1862 abolito il Decurionato, furono chiamati gli elettori a costituire le amministrazioni. Il 9 marzo 1862 su 131 elettori iscritti votarono in 109. Francesco del Balzo fu eletto con 92 voti. Durante la quotazione del Bosco Vico, una particolare protesta fu fatta dai parroci che si negarono di seppellire i poveri, perché non erano stati concessi i diritti di stola bianca e nera. Nel 1864, durante la quotizzazione del Bosco Vico ci fu una sommossa dei cittadini, che si recarono nel convento dove Francesco stava concludendo le operazioni per conferire i terreni ai quotisti. I rivoluzionari volevano delle quote più piccole, ma queste erano state fatte in base alla legge demaniale. Entrarono nel convento, dopo aver forzato il portone, ma non riuscirono ad entrare nella sala dove c’erano Francesco e Guglielmo Caruso, delegato demaniale. Venne barricata la porta per non far entrare i rivoltosi mentre, il capitano della fantineria, il signor Santini con l’aiuto di due sergenti, riuscì a mandare via a colpi di bastone la folla.